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LE
INQUISITE
Da
"Streghe" di Tersilla Gatto Chanu
Uno
dei più antichi direttori giuridici sul demonismo stregonico, presumibilmente
di età carolingia, porta la firma di Reginone di Prum, secondo il quale quanti
asserivano di aver preso parte ai rituali notturni, pur essendo quella fantasia
sollecitata nella loro mente dal maligno, si macchiavano ugualmente di grave
peccato, dal momento che alla fede nell'unico vero Dio sostituivano quella nel
demonio.
La prima accusa fu quindi quella di eresia.
Quando Alessandro IV nel 1258 dispose che gli inquisitori si limitassero ad
esaminare i casi sospetti di tale colpa, i giudici dimostrarono che
l'eterodossia poteva essere non solo teorica, ma anche pratica, essendo presente
in ogni atto magico, poiché non esiste magia naturale, ma soltanto diabolica.
Affiancata da Satana, la strega accrebbe la fama dei suoi poteri; ma con quella
aumentarono le persecuzioni.
Inquisizione e curie ecclesiastiche e civili incominciavano ad interessarsi
anche dei risvolti fiscali dei processi di stregoneria con le costituzioni di
Giovanni XXII del 1326.
In quegli anni Bernardo Gui compilò la Practica inquisitionis haereticae
pravitatis, e Bartolomeo di Sassoferrato dichiarò la strega meritevole di rogo.
I successivi interventi dei papi - Gregorio XI (1374), Innocenzo VIII (1484),
Alessandro VI (1501) e Leone X (1525) - confermarono l'univocità della
posizione di condanna della Chiesa.
Nel primo direttorio stampato, il Malleus Maleficarum del 1486, che ebbe una
diffusione enorme e per oltre due secoli rappresentò un punto di riferimento
per giudici, inquisitori e demonologi, i domenicani Sprenger e Institor
precisavano, tra l'altro, che le streghe, oltre che eretiche, erano apostate, e
in quanto tali potevano essere inquisite da giudici laici: distinzione
pretetuosa, che tuttavia giustificava l'intervento dei tribunali civili nella
repressione delle malefiche.
A sua volta un giurista laico, Ulrich Molitor, identificò il mancato appoggio
nella persecuzione delle streghe da parte del braccio secolare con l'opposizione
al pontefice romano.
Nel trattato De lamiis et pythonicis mulieribus, in cui, attraverso un dialogo
serrato, si esprimevano i dubbi e le certezze di un'intera epoca sulla realtà
del fenomeno della stregoneria, pur rilevando la componente fantastica di gran
parte delle confessioni rese dalle inquisite, Molitor non escludeva infatti,
nella conclusione, l'oggettiva esistenza di tutti gli inquietanti fenomeni che
l'autorità ecclesiastica assimilava all'eresia.
Sia i tribunali dell'Inquisizione che quelli secolari considerarono la
stregoneria crimen exceptium, giustificando in tal modo la violazione delle
abituali norme procedurali.
Se già gli autori del Malleus suggerivano comportamenti abusivi e sollecitavano
processi sommari, al fine di evitare o ridurre l'intervento del diavolo a favore
dei suoi adepti, a distanza di poco meno di un secolo J.Bodin con la sua
Demonimanie offrì a giudici un manuale pratico che con sottili accorgimenti e
sofisticati cavilli vanificava ogni garanzia del diritto romano; e spietatamente
feroce, anche nei confronti dei bambini, si rivelò nel Discours des sorciers
(1603) Henry Boguet, che, a detto di Voltaire, menava vanto di aver mandato al
rogo centinaia di licantropi.
Spesso si ignorava il diritto dell'inquisito alla difesa, si ricorreva ad ogni
mezzo per atterrirlo, e gli interrogatori erano irti di trabocchetti per farlo
cadere in contraddizione e vincerne la resistenza.
I questionari, impostati in base alle precedenti deposizioni dell'accusato, dei
computati o dei testi a carico, riproponevano più volte la stessa domanda, ora
formulata in identici termini, ora in modo diverso, per consentire
all'inquisitore di rilevare differenze e novità, raccogliendo, seduta dopo
seduta, i dati che portavano alla "verità" ricercata.
Per ottenere un'ammissione di colpevolezza, il giudice faceva ingannevoli
promesse di liberazione, citava testimonianze inesistenti, metteva a confronto
chi accettava di collaborare con chi si ostinava a negare. Intimidazioni e
torture erano intervallate da penose cause ad percogitandum, che si protraevano
in carcere anche per parecchi mesi, a discrezione del tribunale: di qui la
frequente altalena di confessioni e ritrattazioni, del tutto inutili,
d'altronde, perchè nuovi supplizi intervenivano a vincere i ripensamenti,
portando a quello che, con sottile distinzione, veniva definita confessione non
"volontaria", ma "spontanea". Poche donne riuscivano a
negare fino in fondo.
Dopo il primo cedimento, era facile passare da un capo d'accusa ad un altro, per
accertare nuovi e più terribili crimini.
Dal momento che nei casi di sospetta stregoneria si richiedeva un intervento
soprannaturale per stabilire l'innocenza o la colpevolezza dell'imputato, la sua
resistenza ai tormenti si rivelava significativa: anche se, a seconda dei casi,
veniva attribuita all'aiuto di Dio o del demonio. L'eccezionalità del crimine
giustificava il mancato rispetto anche delle modalità di tortura progressiva
codificate.
Nel 1548 con la bolla di Ad onus aspostolicae Paolo III interveniva a
regolamentare il quarto grado dei supplizi, limitando ad un'ora il tempo di
sospensione alla corda, cui poteva tuttavia seguire, nei casi di maggiore
ostinazione, l'impiego di più brutali strumenti.
Le sevizie offrivano uno spettacolo allucinante e perverso ai giudici nella sala
dei tormenti ed al popolino nelle pubbliche piazze, dove le streghe venivano
fustigate sulla schiena denudata o esposte alla gogna a seno nudo e cosce
scoperte fino all'inguine; e si coloravano di risvolti sadico-sessuali
nell'impiego di strumenti efferati, come lo schiacciaseni o la culla di Giuda,
che, grazie a un sistema di corde progressivamente allentate, faceva lentamente
entrare nella vagina un cuneo di ferro.
La propensione a forme di erotismo perverso caratterizza d'altronde le culture
sessuofobiche.
Alle suppliziate venivano per prima cosa tolte le vesti, e l'umiliante nudità
era premessa alle offese e alle violenze che avrebbero successivamente subito.
L'indifeso corpo femminile veniva punito per la sua capacità di suscitare
peccaminosi desideri; le parti intime erano esplorate con particolare attenzione
da medici, esorcisti e inquisitori, perchè là, di preferenza, si annidava il
maligno.
Sin dalla fine del XIV secolo il numero di processi volti a contrastare
l'attacco dei cospiratori demoniaci a danno dell'umanità era aumentato per la
graduale adozione nei tribunali ecclesiastici e secolari della procedura
inquisitoria in luogo dell'accusatoria, per cui non si richiedeva più al
delatore l'onere della prova. Alcuni principi allettavano con la promessa di un
compenso in denaro chiunque denunciasse le streghe. Le autorità laiche e
religiose imponevano l'obbligo della delazione sotto pena di scomunica e di
punizioni corporali, e Bernardino da Siena predicava che chi non deferiva ai
giudici i sospetti di maleficio avrebbe dovuto rispondere nel giorno del
Giudizio di quel suo peccato di omissione.
All'origine dei processi c'erano per lo più non ragioni di fede, ma contrasti
politici e interessi privati. Vecchi rancori sfociavano in denunce, e dalle
testimonianze emergevano rivalità, antagonismi, ripicche, invidie, gelosie;
anche se tra le inquisite si stabiliva talora una sorta di complicità, per cui
ciascuna tendeva ad annoverare tra i partecipanti al sabba da lei individuati
quanti già erano stati giustiziati o si trovavano in carcere, evitando di fare
altri nomi. Oggetto di una persecuzione feroce e ossessiva, sollecitata e
avallata da papi rinascimentali, riformisti, santi della Controriforma, giuristi
e dotti, le streghe morirono a migliaia; e la persecuzione si estese anche ai
giudici che apparivano troppo indulgenti, agli avvocati che esprimevano dubbi
sulla colpevolezza delle inquisite, ai religiosi che ne provavano pietà.
LE
PERSEGUITATE
Da
"Streghe" di Tersilla Gatto Chanu
Quasi
tutte le inquisite inizialmente si dichiaravano estranee ai fatti loro imputati.
I patimenti del carcere, la violenza disgregante della tortura o anche solo la
minaccia dei tormenti nella maggior parte dei casi piegavano ogni resistenza.
La semplice idea di implicazione si ingigantiva e deformava nella mente; il
ricordo di esperienze oniriche si intrecciava al vissuto personale e al tessuto
sociale in cui ciascuna era inserita; riafforavano le fantasie suscitate dai
racconti uditi nelle veglie, percorsi da brividi di paura ma anche colorati dal
fascino del proibito, da sogni di ricchezza, di sazietà, di appagamento
sessuale di donne maltrattate, sfruttate, insoddisfatte nei sensi e negli
affetti, che sognavano amplessi giocosi e delicate carezze: anche se poi l'ansia
di compiacere la corte le induceva assai spesso ad esprimere delusione del
mancato piacere nel rapporto carnale col demonio, l'inappagamento dei banchetti
che non placavano i morsi della fame o offrivano ripugnanti vivande.
L'immaginato personale e collettivo, legato ad una remota cultura contadina,
corrispondeva ai pregiudizi che reggevano gli schemi mentali e le convinzioni
demonologiche degli inquisitori, su cui si ingranava il perverso meccanismo del
processo. Tra inquirenti e imputate si creava un ambiguo e coinvolgente gioco
emotivo. Oggetto di desiderio, soprattutto se giovane e bella, l'inquisita
doveva essere eliminata, perchè strumento di tentazione peccaminosa per i
giudici stessi; e, per quanto la sua effettiva fragilità contrastasse con
l'onnipotenza nel male che le si attribuiva, la sua sorte era inesorabilmente
segnata: poiché chi ne era arbitro si faceva interprete delle autentiche paure
sociali, di cui era portatrice la strega.
Molto si è scritto sui significati antropologici e psicologici del fenomeno
della stregoneria e sulle emergenze aggressive dei detentori dei modelli
culturali prevalenti, che furono alla base dell'opposizione persecutoria nei
confronti di gruppi emarginati e oppressi, ribelli agli schemi tradizionali.
Non di rado credenze e superstizioni corrispondevano ai timori dei ceti
dominanti. Nell'Europa del cinque e del seicento, quando la caccia assunse
dimensioni spaventose, cattolici e protestanti, divisi da contrastanti
interpretazioni teologiche e da differenti interessi economici, concordemente
riversarono sulle inquisite i disagi della propria situazione spirituale,
identificando il male con Satana, di cui la donna era docile strumento. Lutero
invocava roghi purificatori, Calvino esortava a non avere pietà,Zuinglio voleva
purificare il mondo dalla presenza delle malefiche operatrici del diavolo.
In campo riformista così come in quello papista l'assimilazione
eresia-satanismo fu ampiamente sfruttata.
La Controriforma accrebbe l'intolleranza, e la repressione delle istanze
popolari respinse e demonizzò le idee moderate e innovatrici.
Di mano in mano che la persecuzione si intensificava, organizzata da religiosi e
uomini di Stato che fomentavano la cultura del sospetto, i processi assunsero
diversa natura.
Non si tendeva più ad assicurare alla giustizia un colpevole, ma a purgare la
comunità cristiana dai trasgressori. Non bastava più l'incriminazione di
trarre auspici o compiere fatture con specchi, immagini, pozioni: si cercava
conferma della partecipazione a riti diaboloci, dell'omaggio rituale tributato
al demonio, dei gesti sacrileghi commessi per compiacerlo, dell'abbandono al suo
ripugnante amplesso.
Alla figura isolata del mago e della fattucchiera subentrò la congrega delle
streghe cospiranti per la distruzione della cristianità.
Non mancarono tuttavia teologi razionali e medici illuminati, che serenemente
ricondussero a giuste dimensioni i racconti di fantasia malate ed eccitate,
estorti con la violenza dei tormenti, né studiosi della natura psicologica e
sociale del fenomeno, che misero in luce, sotto la paura, lo scaltro uso
politico che della stregoneria si faceva.
Se pur isolate, quelle voci contribuirono a costituire la piattaforma ideologica
e culturale che favorì la fine della persecuzione.
La demonologia ossessiva del seicento si colorò di tolleranza e scetticismo sul
finire del secolo, quando una maggiore prudenza nel vagliare accuse e
confessioni sollecitò, cona la distinzione tra immaginato e reale, a ricercare
prove più consistenti.
L'impiego della tortura venne progressivamente limitato. Strega,
nell'immaginario collettivo e nella sfera giuridica, rimase la prostituta.
Ritenuta necessaria allo "sfogo virile", la donna di facili costumi
continuò ad essere ricercata, e allo stesso tempo, temuta per le malattie che
poteva trasmettere a quanti usavano di lei, condannata come corruttrice e
contiminatrice dei costumi.
E questo anche quando i fantasmi della stregoneria furono fugati dal
razionalismo.
TREMATE
TREMATE LE STREGHE SON TORNATE
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